Acqua per Nyumba Yetu

Nyumba Yetu ha un grave problema di approvvigionamento idrico.
C’è una soluzione, ma ci serve una mano.

Il problema

L’acquedotto di Ismani, nella sua configurazione originaria (1974), era progettato per servire circa 18.000 abitanti distribuiti in 15 dei villaggi del Distretto di Iringa rural (Mbigiri, Kitumbuka, Mawala, Irole, Ilambilole, Matembo, Mikongwi, Ngano, Kisinga’a, Mkungugu, Ndolela, Lugolola, Lwanga, Kihorogota, Nyangoro e Mangawe) veicolando l’acqua dei monti Mgera, a quota 1500 m slm. La rete è stata realizzata con la posa di 75 km di tubazioni in cemento ed inizialmente serviva 152 fontane pubbliche.

In seguito alla richiesta della popolazione dei nuovi villaggi di Igula, Iguluba, Usolanga, Makadupa, Mkulula e Nyakavangala, nel 1985, con l’aiuto della Cooperazione danese, l’acquedotto è stato ulteriormente esteso con la posa di 55 km di tubazioni in PVC per alimentare ulteriori 103 fontane pubbliche. Con questo secondo intervento, oltre all’estensione dell’acquedotto, si è voluto toccare quello che ancora oggi è uno dei punti più critici dell’impianto: il trattamento dell’acqua per renderla potabile prima della distribuzione. E’ stata quindi spostata più a monte l’opera di captazione dell’acqua da immettere nell’acquedotto, in modo da disporre di acqua meno carica di sedimenti e sono state costruite due enormi vasche in cemento armato che dovevano servire alla decantazione dell’acqua da distribuire. Purtroppo, a causa dello stato di guerra con l’Uganda di Milton Obote, questo impianto non è stato completato e di conseguenza l’acquedotto di Ismani, ancora oggi, oltre ai tanti disservizi, distribuisce ai suoi utenti acqua rossastra (colore dovuto al materiale in sospensione).

Nel 2011, sono iniziati i lavori promossi dalle ONG Movimento per la Lotta contro la Fame nel Mondo (MLFM) e Associazione dei Volontari per il Servizio Internazionale (AVSI) che, su sollecitazione della Missione, hanno reperito i finanziamenti per il progetto di riqualificazione ed ulteriore estensione dell’acquedotto di Ismani. L’intervento, ad oggi in corso di esecuzione, prevede la realizzazione (i) di un nuovo impianto di trattamento dell’acqua sorgiva per eliminare il materiale in sospensione e la contaminazione batterica e (ii) di una riqualificata rete di distribuzione che alimenterà un totale di 273 fontane pubbliche e 180 allacciamenti privati.

Nell’ambito del progetto, non è tuttavia previsto il rifacimento della diramazione della lunghezza di circa 1 km tra l’acquedotto principale e Nyumba Yetu. Il tratto di condotta si presenta oggi danneggiato in più punti ed è stato negli anni utilizzato per derivare ulteriori tubazioni a servizio di utenze pubbliche e private dell’adiacente villaggio di Lwanga, non consentendo più a Nyumba Yetu di approvvigionarsi di un bene indispensabile per la corretta assistenza sanitaria che svolge quotidianamente.

La soluzione

Per far fronte alla situazione di stallo appena descritta, si rende necessaria la realizzazione di una nuova condotta nel tratto compreso tra l’adduttore principale e Nyumba Yetu. La tubazione, ad uso esclusivo del centro, sarà posata in affiancamento a quella esistente, che continuerà ad essere utilizzata per l’alimentazione idropotabile del villaggio di Lwanga.

Nel primo semestre 2013 sono state condotte le seguenti attività:

  • progetto della nuova diramazione, da realizzare in PEAD DN 2’’;
  • accordi con il comitato di gestione dell’acquedotto per la creazione, sull’acquedotto principale, di un nuovo appresamento ad uso esclusivo di Nyumba Yetu, da realizzare nelle adiacenze di quello esistente (che sarà mantenuto per il servizio al villaggio di Lwanga);
  • picchettamento del tracciato ed inizio dei lavori di scavo a mano;
  • indagine di mercato, limitata alla regione di Iringa, per la stima del finanziamento necessario per la realizzazione dei lavori.

Quanto costa?

L’impegno di spesa complessivamente necessario è di poco più di 39.000.000,00 TZS (scellini tanzaniani), corrispondenti a circa 18.000,00 €.

L’importo è stato determinato sulla base del costo dei materiali nel mercato locale e dell’impiego di manodopera autoctona, con l’esclusione di qualsivoglia spesa generale o tecnica.

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